Marzo 2020 – Marzo 2022
“Ieri sono andata a fare la spesa al solito supermercato dietro casa, avevo finito lo shampoo.
Prima di uscire mi sono messa dei vestiti che erano già da lavare, così da poterli buttare in lavatrice appena rientrata. Ho stampato la nuova certificazione, l’ho compilata, ho pensato che fosse meglio portare con me il meno possibile così da non dover poi disinfettare tutto.
Ho scritto la lista della spesa – meglio non dimenticare nulla per non dover tornare di nuovo al supermercato tra pochi giorni – su un foglio, per lasciare a casa il cellulare. Ho deciso di pagare col bancomat così da limitare il contatto e di lasciare il portafoglio a casa, quindi ho tirato fuori la tessera e l’ho sistemata nella tasca del giubbotto. Poi ho preso il passaporto, perché la mia carta d’identità è scaduta e l’appuntamento per rinnovarla è ovviamente cancellato (doveva essere sabato questo). Quindi, ricontrollando, in una tasca passaporto con autocertificazione dentro, nell’altra lista della spesa e bancomat. Fine. Poi una sciarpa, perché non abbiamo ancora trovato le mascherine, anche se per ora non sono obbligatorie e nessuno di noi presenta sintomi. Una sciarpa pesante, invernale, che usavo prima che iniziasse tutto ciò, quando si poteva uscire. Poi i guanti di plastica monouso, da indossare appena fuori dalla porta. Due borse per la spesa, e la preparazione è terminata. Cercherò di ricordarmelo, quando finalmente tutto sarà passato e si tornerà ad entrare al supermercato di corsa, magari di ritorno dal lavoro, per comprare un paio di cose al volo.
Penso anche a chi invece, per miliardi di motivi, è costretto a una preparazione così ogni volta. Alla fine non è così scontato nemmeno l’andare a far la spesa.
Comunque, ero contenta perché si trattava pur sempre di un’occasione per uscire, e il supermercato a breve distanza da dove abito permette di fare due passi.
Appena messo piede fuori casa sento l’odore tipico della primavera. Mi dice che la natura va avanti tranquillamente, in silenzio, ignorando noi e la nostra assenza – probabilmente beneficiandone. Attraverso il parco che mi porta al supermercato, evito tutti quelli in giro, col cane o meno. E quasi tutti fanno altrettanto. Siamo costretti a passaggi strani su aiuole e discese su sentierini, ma almeno manteniamo più del metro di distanza. Esco dal parco sulla strada, che è deserta, e mi concedo quello che fino a due settimane fa era la normalità, e oggi sembra quasi un lusso: un bel respiro, senza sciarpa.
Al supermercato mi metto in coda, rigorosamente a distanza. Ci sono circa 6 persone davanti. La guardia controlla: quando uno esce, uno entra. Vorrei misurare quanto tempo attendo, ma non ho cellulare né orologio con me. Aspetto, vedo parecchia gente in giro, in bici, a passeggio. E io che mi sentivo in colpa a far la spesa perché non ho la mascherina. C’è da dire che non sono l’unica. Finalmente arriva il mio turno, entro.
Ho sempre odiato far la spesa, oggi non vedevo l’ora perché almeno mettevo il naso fuori casa. In realtà scopro che non solo è odioso come al solito, ma che è pure peggio, perché, consapevole di non avere la mascherina e quindi di dover stare più attenta degli altri, sia per loro che per me, appena vedo qualcuno nella mia corsia me ne vado. Prendo tutto come da lista, faccio avanti e indietro mille volte, mi sposto, mi fermo, aspetto, mi allontano. La sciarpa la tengo più o meno davanti alla bocca – so che non serve, ma mi fa sentire meglio – e inizio a sudare tantissimo. È strano quando stai così tanto in casa che l’ultima volta che sei uscita era inverno, e ora è primavera. La borsa della spesa è pesantissima, perché ho messo le cose in borsa invece che nel carrellino, così da evitare almeno il contatto con un oggetto in più. Vado alla cassa. Per fortuna c’è spazio, sto a diversi metri di distanza dalla signora davanti a me, inizio a caricare la spesa solo quando lei se ne sta andando. Scambio due parole col cassiere, cercando di parlare poco e sorridere tanto, vista la mia mancanza di mascherina mi sembra un buon modo per mitigare il distacco.
“Quanti ne abbiamo?” mi chiede il cassiere. “18” dico.
“Domani è la festa del papà!” esclama, lui che ha la mascherina. Mi chiedo se ha figli a casa, lui che a differenza mia è obbligato ad andare al lavoro. Sorrido ancora più forte, guardandolo, a bocca chiusa e a distanza.
Prendo le mie borse e mi incammino verso casa. Soliti slalom, giri, scendi in strada dal marciapiede, scansati. Arrivo al parchetto, che si trova allo stesso livello di giardino che circonda i palazzi a fianco ai miei. Una striscia di erba posta sopra i box sulla quale, in 27 anni, non ho mai visto nessuno se non i giardinieri che ci lavoravano. Ora ci sono due anziani che passeggiano. Girano quel pezzetto di giardino sopra i box, dentro al cancello. Di contro, al parco ancora parecchia gente, vado avanti, vorrei fermarmi a salutare un cane bellissimo ma sono zuppa di sudore tra le borse e i vestiti e la sciarpa pesante e soprattutto i guanti. E comunque non potrei avvicinarmi nemmeno al cane. Arrivo al cancello del parchetto che porta alla stradina di casa mia. C’è un ragazzino col cellulare da un lato, un signore con una sigaretta dall’altro. Devo rallentare il passo, se no non siamo a distanza. Il signore davanti a me ha lo stesso pensiero, perché rallenta e si adegua al passo del ragazzino, che conduce la fila. Nel frattempo, dalla via davanti si sente un megafono che annuncia di non uscire di casa se non per lavoro o necessità, evidentemente c’è la polizia che gira, forse controlla.
E quindi eccoci, il ragazzino, il signore, ed io, in fila indiana, distanziati, io di ritorno da una spesa folle, che rientro in casa con in sottofondo l’annuncio della polizia. Scena da film. Sembra un po’ quella sequenza in cui in ‘Chernobyl’ avvisano la gente di lasciare la città. Intanto – come direbbe Ligabue – il sole se ne frega, e mi cuoce sempre di più. Il signore davanti a me, sentendo la polizia, si gira, mi vede, mi sorride e si sposta per lasciarmi passare. Vuole che vada avanti io, gli faccio un cenno con la testa e passo oltre. Il tutto sempre mantenendo le distanze.
Finalmente citofono, salgo in casa. Appoggio le borse per terra, tolgo subito i guanti, che mi si sono appiccicati alla pelle, metto tutto a lavare, mi sfrego le mani col sapone, poi col disinfettante, le guardo. Le dita sembrano diventate dei salsicciotti. Sono rosse, e bianche dove premeva il sacchetto pesante, sono gonfie e danno fastidio. E ho tenuto su i guanti un’ora, giusto il tempo di fare quella gita assurda. Penso a chi li indossa tutti i giorni, tutto il giorno, per lavorare.Ho sempre odiato fare la spesa e oggi l’ho odiato ancora di più. Forse imparerò ad apprezzarlo quando torneremo alla normalità di fare una cosa semplice come questa senza calcoli di distanze, senza evitarci, senza preparazione.
E mi ritorna in mente chi calcoli di strade e preparazioni così ne deve fare tutti i giorni, pandemia o meno. Mi siedo sul letto guardando le mani e aspetto che si sgonfino.
Qualche ora dopo mi rendo conto che ho dimenticato lo shampoo: non l’avevo proprio scritto nella lista.”